domenica 29 marzo 2009

Viaggiare...

Eh sì... pare che tra qualche giorno siamo di nuovo in partenza.
È durata poco questa breve parentesi italiana, allietata dal corso speleo del gruppo di Padova. Mi mancava un po' quell'atmosfera strana che si crea in queste situazioni. Quel condividere sogni ed emozioni con altri e cercare di trasmetterle. Il corso continuerà fino al 25 aprie, poi avrò modo di scriverne con più calma.
So già che questa settimana sarà un inarrestabile correre per conciliare la mia vita "normale" (corso, università, casa, varie laventa e gruppo) con gli ultimi preparativi della nuova spedizione Chiapas 2009.
Venerdì infatti partiremo di nuovo per attraversare l'oceano e tornare, a una anno esatto di distanza, nella regione del Rio La Venta. Affronteremo le profondità della selva e ci immergeremo nuovamente nella indescrivibile Cueva del Rio La Venta. Questa volta cercheremo di uscirne appagati, strappandogli un po' di quel mistero, portando a casa foto che possano raccontare che cosa c'è la sotto. Poi vedremo anche se riusciremo a individuare altre vie sotterranee di quelle terre sperdute.
Certo, non mi rendo conto che si riparte ancora. Quest'anno è tutto un susseguirsi di partenze e ritorni. È questa forse l'anima del viaggio? Non fermarsi mai, lasciandosi trasportare dalle correnti di nuovi sogni?
Forse viaggiare è semplicemente spiegare le vele e lasciare che il vento ci porti dove vuole. Senza preoccuparsi dove, ma certamente "altrove".

venerdì 13 marzo 2009

Notizie dall'Ayuan

Poco fa mi arriva una mail di Corrado che mi dice che lo ha chiamato Raul dall'Ayuan Tepui con nuove notizie di grotte. Mi agito subito, prendo il telefono e chiamo in Sardegna, per farmi raccontare i dettagli. 
Ieri i nostri Vittorio e Carla (bastardi!) sono saliti in elicottero insieme con Freddy, Jesus e Raul, alla volta dell'Ayuan Tepuy per esplorare quell'enorme portale che avevamo visto negli ultimi giorni. Si sono accampati lì per la notte e questa mattina sono entrati. raul ha relaizzato il suo grande sogno di esplorare anche lui una grotta nelle sue montagne: L'hanno lasciato andare avanti in avanscoperta per un bel pezzo. Poi si sono fermati soddisfatti, ma Vito, da solo, è andato avanti per un altro chilometro. Non si riesce a capire bene quanta strada abbiano fatto in totale, certo che su quelle montagne c'è ancora il mondo da esplorare. 
Ora erano bloccati sulla cima da una fitta nebbia che non li lasciava ridecollare. Adesso che scrivo forse saranno già in volo per ritornare... aspettiamo impazienti notizie più dettagliate.
Bravi ragazzi! Sentivo che l'avventura non era ancora finita...

Nelle due foto: l'ingresso della grotta (foto Corrado), Raul e Tono a Yunek (foto Vittorio)





lunedì 2 marzo 2009

Viaggio nel tempo

Venezuela, giovedì 12 febbraio 2009.
L’elicottero si solleva leggero nell’aria, sorvolando praterie e foreste, spingendosi sempre più contro l’immane massa rocciosa dell’Acopan Tepui.
Solo da qui ci si rende conto dell’immensità di queste pareti. Dal campo, giù a Yunek, queste forme bizzarre sembrano un giocattolo della natura, troppo strane per essere vere, troppo ardite per essere così gigantesche. Questo elicottero sembra più una macchina del tempo che un semplice mezzo aereo: ci fionda in pochi minuti in luoghi che non dovrebbero esistere, a caccia di dinosauri, pterodattili e mostri che vivono nelle viscere di queste montagne sconfinate.
Lentamente la gigantesca parete si avvicina; la costeggiamo a poche decine di metri di distanza, passando sotto a tetti giganteschi, sentendo la forza di gravità che ci tira giù verso i sedili. Troppa meraviglia in così pochi secondi.
Improvvisamente, dietro una quinta rocciosa, appare una cascata immensa, un getto che sgorga dalla roccia da un portale di cui è difficile stimare le dimensioni. Quel luogo l’abbiamo guardato per tanto tempo nelle fotografie, ma ora siamo qui, al suo cospetto e le fantasie si confondono subito con la realtà. Poi subito un altro portale, fossile, con delle belle palme sospese sul vuoto a cintarne l’ingresso. 
Raul comincia a far virare l’elicottero allontanandosi dalle pareti, per poi risvoltare pochi secondi dopo. Ci dirigiamo a tutta velocità contro l’ammasso roccioso, sembra impossibile non andarci contro. E invece, al momento giusto, il rotore di coda diminuisce la potenza e ci troviamo a volteggiare lenti al di sopra di una piattaforma, un balcone incredibile sospeso sopra centinaia di metri di parete. È da qui che comincerà la nostra avventura. Un balzo e siamo di nuovo sulla terra, ma qualche miliardo di anni addietro, mentre la nostra “macchina del tempo – elicottero” si lascia precipitare nel vuoto scomparendo sotto la soglia dell’orizzonte.
Ci guardiamo, siamo in quattro, Tono, Corrado, Rolando ed io. Non ci resta che cominciare a esplorare questa parete e raggiungere la grande grotta che è ormai così impressa dentro di noi da diventare qualcosa di imprescindibile, troppo importante quanto apparentemente inutile.
Stendiamo metri e metri di corda lungo un grande traverso sospeso sul mondo e giungiamo a una specie di torretta di quarzite. L’ingresso è qui, centocinquanta metri sotto di noi. Corrrado comincia a scendere. Chiodo dopo chiodo, ci lasciamo tutti inghiottire da quel vuoto verticale. Le ore trascorrono veloci, si fatica, la quarzite è maledettamente dura. Il trapano ruggisce, mastica una punta dopo l’altra, rendendo tutto molto difficile. Ma presto siamo sopra a un grande tetto, è l’ultimo tiro, il sogno è qui sotto, ormai a portata di voce. 
Pochi minuti dopo siamo tutti riuniti davanti al grande imbocco fossile. Da qui si accede a una grande galleria con soffitto e pavimento perfettamente piani: talmente regolare da sembrare quasi un hangar, scavato, sospeso nel nulla da qualche pazzo pilota di queste terre.
Molliamo tutto: telcamere, macchine fotografiche, sacchi. Quando si esplora è come se si dovesse entrare in un altro stato mentale, ci si libera di tutte le preoccupazioni, e si pensa solo al passo successivo sognando in ogni istante la visione successiva. A volte mi sembra di vivere una sorta di meravigliosa allucinazione collettiva e non mi stupirei se un giorno mi dicessero che tutto ciò che ho visto esplorando in giro per il mondo non fosse realtà ma il frutto di chissà quale arcano incantesimo. 
Abbandonata la luce dell’esterno, la galleria si fa sempre più grande e caotica fino ad arrivare a una grande frana ventosissima. Ci sparpagliamo, ognuno in una diversa direzione, alla ricerca del passaggio giusto. Dopo un primo veloce sguardo sembra difficile passare ma tornando sui miei passi, noto un buco nel soffitto. Salgo da solo e sbuco in una saletta dove entra luce, luce del sole. Da dove arriva? Preso dall’eccitazione mi infilo tra i massi, mi spingo su in una strettoia e – non ci credo – sbuco in una sala grandiosa, illuminata a giorno da un portale immenso spalancato su centinaia di chilometri di Gran Sabana del Venezuela. Che posto è questo? Sotto di me la grande cascata si lancia in una elegante danza verticale. L’adrenalina sale e comincio a urlare come un deficiente. Grida senza senso, ma così vere. Mi sento come al centro del mondo.
Gli altri sentono e mi raggiungono frementi. Sui loro volti espressioni di gioia difficilmente descrivibili. 
Mi sento onorato ad avere queste persone come compagni in questa nuova avventura. Sono persone che hanno dedicato la vita alla ricerca di luoghi, situazioni uniche, che a sentirle raccontare non ci credi, eppure sanno ancora meravigliarsi come bambini mai stanchi di giocare.
Ora procediamo insieme, risalendo il fiume in una galleria gigantesca, dove possiamo camminare tutti insieme sulla stessa fila. Avanti, avanti, avanti, non ci fermiamo mai, e se non esistesse il tempo, certo andremmo avanti per sempre. Nell’acqua nuotano piccoli pesci cechi, figli di chissà quale mondo perduto, e ad ogni curva le ombre sembrano disegnare mostri giganteschi, rimasti lì intrappolati al di fuori del tempo. Un’esplorazione così esaltante e indescrivibile non mi è capitata molte atre volte nella vita. Solo un grande lago nero, ma soprattutto la voglia di condividere anche con gli altri amici della spedizione, ci fanno tornare indietro verso l’esterno. 
Usciti ci troviamo la sorpresa di vedere passare Raul con l’elicottero proprio davanti a noi. Salgo di corsa su un masso e mi metto a saltare, sbracciami, mentre gli altri mostrano un sorriso gigantesco per fargli capire che è andata, che abbiamo fatto centro. Pochi minuti dopo lo sentiremo per radio, emozionato quasi più di noi, per la scoperta. 
Risaliamo le corde lungo la parete nel buio della notte, al di sotto di un cielo sorretto da miliardi di stelle scintillanti. Poi ci distendiamo increduli sotto un masso a fare discorsi sul futuro, su cosa ci potrebbe essere “oltre”. Decidiamo di scendere dalla montagna l’indomani, per tornare quassù con tutti gli altri.
Così la mattina dopo Raul passa attraverso le nebbie e ci viene a prendere. La macchina del tempo si adagia sulla nuda roccia. Uno sguardo e saltiamo su, di nuovo in volo, di nuovo in viaggio attraverso tutte le quattro dimensioni. Voliamo come pazzi, ridendo delle evoluzioni spaventose che ci regala il nostro amico pilota, passando radente a pareti e foreste. È una festa di colori e di emozioni. Tutto sembra muoversi con noi. Poi l’atterraggio, in retro, come se fossimo su un giocattolo a pedali, e siamo di nuovo a terra. Nella nostra terra, nel nostro tempo. Ma i sogni sono rimasti lassù, nascosti nel buio di altri tempi. E un giorno torneremo a riprenderceli. 


Grazie a tutti i compagni di questa grande avventura, veri amici insostituibili: Andrea, Tono, Corrado, mio cognato Freddy, Pierpaolo, Vitto, Carla, Marco, Alessio, Fabio, Rolando.
E grazie a Raul, al grande Jesus e a Mohi, l’indio, per averci fatto volare nel tempo. 

Datemi un pizzico, non è stato tutto un sogno, vero?

Francesco 








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