mercoledì 6 aprile 2016

Tepui, il sogno continua

Siamo tornati… ma i nostri sogni sono di nuovo lassù, tra le nuvole delle montagne azzurre, i tepui, gli sconfinati altopiani della Guyana.
Da poco più di una settimana si è conclusa anche questa nuova tappa del Progetto Tepui, probabilmente la più complessa e costosa missione realizzata da La Venta in queste terre estreme. Due spedizioni, la prima al mitico tepui Sarisariñama, dove esattamente quarant’anni fa era cominciata l’epopea delle esplorazioni nelle quarziti, e la seconda all’Auyan, dove la meraviglia di Imawarì Yeuta continua ad ammagliarci chiedendoci di tornare.
È davvero difficile fare un riassunto di questi quaranta giorni, troppe cose sono successe, emozioni e difficoltà si sono incrociate in un turbinio che ci ha portato a raggiungere tutti gli obbiettivi e a tornare alla realtà felici di come sono andate le cose, grazie alla determinazione dei partecipanti e a una buona dose di fortuna. E abbiamo portato a casa troppe storie per essere freddamente raccontate nello schermo di questo blog. Mi limito quindi a descrivere i risultati speleologici e a lasciare alle significative immagini che seguono parlare da sole della meraviglia di questi luoghi.

Sarisariñama
Si è trattato di una spedizione molto impegnativa e complessa, a causa delle condizioni ambientali di questo tepui, quasi completamente coperto da foresta. Il campo base è stato allestito al villaggio di Kanarakuni, comunità indigena di etnia Ye’kuanas, luogo mitico, teatro delle epopee esplorative del geologo italiano Alfonso Vinci negli anni ’50. . Come sempre nella nostra filosofia di spedizione, abbiamo ritenuto fondamentale coinvolgere da subito gli indigeni, con il capitano Romulo e altri membri della comunità che hanno partecipato direttamente insieme a noi alla ricerca degli ingressi sull’altopiano. Abbiamo avuto quindi la fortuna di condividere con loro moltissimi momenti piacevoli da cui è scaturita una grande amicizia tra La Venta, Theraphosa e la comunità.
Le attività di ricerca si sono concentrate su tre fronti: esplorazione di una serie di nuove sime individuate nelle immagini satellitari nel settore di sud-est del massiccio, documentazione e campionamento nelle grotte più importanti esplorate dalla spedizione venezuelano-polacca del 1976 (Sima Menor e Sima della Lluvia), e la documentazione per GEO con il fotografo Robbie Shone e il giornalista Lars Abromeit. Sono stati impostati due campi principali, uno nella zona delle sime conosciute a nord, e uno più a sud con maggiori incognite. Nel corso di 12 giorni sulla montagna siamo riusciti a esplorare 4 nuove sime, delle quali due chiudono quasi subito su crolli, mentre altre due hanno dato risultati interessanti con la Sima del Pajaro del Diablo (in lingua indigena Yadanaima Ewutu) che si spinge fino a -240, quasi un km di sviluppo, con un enorme salone fino a una zona dove l’acqua di falda risale per molti metri, e la Sima Profunda (in lingua indigena Tuna Enitojudu che significa “dove andò l’acqua del cielo”) che è stata discesa fino a circa -200 con grandi pozzoni e saloni e l’esplorazione interrotta per mancanza di corde. Ma non solo esplorazioni, sono state realizzate anche interessantissime osservazioni mineralogiche e numerose analisi delle acque, fornendo tanti nuovi spunti da sviluppare sulla genesi di questi giganteschi crolli. Abbiamo anche realizzato la prima documentazione seria delle gallerie della Sima Menor e rivisitato dal punto di vista scientifico e fotografico gli 1,5 km di gallerie della Sima dela Lluvia. Unico rimpianto è stato non essere riusciti a trovare un accesso al grande fiume sotterraneo che scompare inghiottito nella zona sud. Le sime allineate lungo la direttrice tra l’inghiottitoio e la risorgenza si sono rivelate in generale molto ostrutite da crolli e il livello del fiume si trova a profondità notevoli, probabilmente oltre i -250 metri dalla superfice.  Le scoperte sono comunque state notevoli e con una sola spedizione abbiamo ben raddoppiato le conoscenze sulle grotte della montagna dei precedenti quarant'anni.
Per raggiungere questi risultati abbiamo dovuto affrontare molte difficoltà logistiche e di coordinamento, con manovre al limite per l’elicottero che ha sempre lavorato in overing e senza porte per movimentare persone e materiali. Operazioni complesse con calate laterali, gestite egregiamente dal pilota José Galindes, dal nostro Freddy Vergara e da José Garcia (responsabile della protezione civile dello stato Bolivar), viaggiando sempre senza porte, e con baricentrici di oltre 60 metri per trasportare il materiale. Idem, la difficoltà di attraversamento della foresta per raggiungere gli ingressi è stata notevole, con ponti sospesi di tronchi, foresta fitta, mancanza di acqua e temperature molto elevate.
Alla fine della spedizione sono state inoltre raccolte testimonianze e leggende da un anziano Ye’kuanas che ha fornito una visione chiara della geografia del tepui, fornendo anche onomi alle sime inesplorate, come se gli indigeni le conoscessero da tempi remoti. Anche il ricordo di Alfonso Vinci è ancora presente, dopo mezzo secolo dal suo primo arrivo nella zona.
È stato difficile lasciare questo luogo così magico e ancora pieno di misteri, con la certezza che le grotte esplorate sono solo un minuscolo tassello di quello che potrebbe racchiudere questa mitica montagna.

Auyan 
Alla fine del Sarisariñama il 9 marzo alcuni di noi sono tornati a Sant’Elena per tornare in italia o risistemare la logistica mentre altri sono volati direttamente al villaggio Kavak per tornare sull’Auyan Tepui.
Siamo tornati a Imawarì Yeuta non solo perché ancora molto c’è da scoprire in questa zona del massiccio, ma soprattutto per continuare il lavoro di documentazione e studio di una delle grotte più belle al mondo. C’eravamo stati l’anno scorso a giugno per la realizzazione del documentario di BBC2 che è andato on air proprio durante i giorni di quest’ultima spedizione.
Gli obbiettivi di questa nuova spedizione all’Auyan erano i seguenti: documentazione delle zone più importanti della grotta di Imawarì Yeuta con laser scanner, attività di ricerca (anche con un altro premio Rolex, Hosam Zowawi), completamento della documentazione fotografica, e ricerca di nuove grotte nella zona sud del Gran Derrumbe.
Ciliegina sulla torta negli ultimi due giorni abbiamo scoperto anche una nuova grotta, rilevata per un chilometro al limite sud-est del Gran Derrumbe. Un altro bel tassello del sistema, esplorato sommariamente e con ambienti e speleotemi notevolissimi.
Questa scoperta ci ha confermato che l’Auyan cela ancora moltissimi segreti, mondi alieni ognuno con sue caratteristiche proprio che non finiscono mai di stupirci. L’emozione di affacciarsi su un nuovo baratro inesplorato, di sentire il vento che fa muovere le palme di fronte a un enorme portale. E poi la voglia di osservare, studiare, comprendere.

Ma non è finita qui. Credo che queste due spedizioni ci abbiano insegnato molto su come poter andare più lontano. Il Sarisarinama è stato il primo passo per affrontare la logistica complessa dei tepui amazzonici, per capirne le caratteristiche geologiche e ambientali.
Ora siamo a casa, ma ricordando l’esperienza vissuta stiamo già sognando al futuro. E i tepui rimangono isole del tempo, frammenti del paradiso perduto della Terra che ci attraggono col loro canto di sirena. Per quanto sapremo resistergli?


Queste spedizioni non sarebbero state possibili senza l’appoggio dei nostri compagni di avventura di Theraphosa e in particolare di Freddy Vergara. Siamo tutti sani e salvi grazie alla sicurezza e professionalità del mitico Raul Arias, dei suoi piloti, di Karina Ratzevicius e del capitano dell’elicottero José Galindes che ha accompagnato per oltre un mese oltre le soglie del tempo.
Il progetto è appoggiato dalla Gobernación dello Stato Bolivar, un ringraziamento speciale va al Dott. José Garcia, che ci ha prestato un preziosissimo appoggio medico e tecnico per entrambe le spedizioni.
Un gigantesco grazie va alle comunità indigene di Kanarakuni e Kavak, perché ciò che abbiamo condiviso rimane radicato nella vostra terra, nella foresta, nelle acque, nella roccia, e sopravvivrà a noi stessi.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il sostegno economico, ma soprattutto umano, del Rolex Award e del suo meraviglioso team.
Ma un grazie particolare va anche a Tiziano Conte che ci ha sempre sostenuto e con cui abbiamo condiviso questa avventura.
Hanno sponsorizzato e patrocinato: Dolomite, Geotec, Intermatica, Ferrino, Amphibious, De Walt, Allemano Metrology, Chelab, Scurion, GTLine, New Foods, MountainHouse, Bee1, Raumer, Tentsile, Fedra srl di Tiziano Conte, Konus, Erboristeria Sauro

Hanno partecipato:
Sarisariñama: Lars Abromeit, Daniela Barbieri, Tullio Bernabei, Leonardo Colavita, Carla Corongiu, Vittorio Crobu, Antonio De Vivo, José Garcia, David Izquierdo, Marco Mecchia, Alessio Romeo, Francesco Sauro, Robbie Shone, Lenin Vargas, Freddy Vergara, Jesus Vergara.
Auyan: Daniela Barbieri, Tullio Bernabei, Tiziano Conte, Carla Corongiu, Vittorio Crobu, Umberto Del Vecchio, Ada De Matteo, José Garcia, David Izquierdo, Benjamin Laniadony, Patrizio Rubcich, Tommaso Santagata, Francesco Maria Sauro, Francesco Sauro, Robbie Shone, Lenin Vargas, Freddy Vergara, Jesus Vergara, Hosam Mamoon Zowawi.

L'enorme Sala del Demonio Rojo, in una delle nuove sime esplorate sul Sarisarinama Tepui (foto V. Crobu). 

Scendendo al campo della Sima Redonda (foto V. Crobu).

Gallerie nella nuova grotta dell'Auyan Tepui, denominata Cueva de la Golondrina (foto V. Crobu). 

Lo spettacolare soffitto della Cueva de la Golondrina (foto V. Crobu).



lunedì 26 ottobre 2015

Cenote, la condivisione di un sogno

Era il 2010, quella pazza e fulminea spedizione di due giorni all’Abisso del Cenote sulle Conturines. Eravamo riusciti a scendere quel baratro ed eravamo rimasti esterrefatti dalla bellezza di quella grotta nelle viscere del ghiaccio e delle rocce dolomitiche. Ma in tutta quella frenetica discesa eravamo riusciti a estrarne solo pochi ricordi sbiaditi, e un’unica fotografia, sgranata e mossa, ma che dava l’idea di quel mondo enorme che si nascondeva là sotto. E tanta voglia di tornarvi un giorno.

A distanza di cinque anni da allora finalmente ci siamo riusciti.

Che sarebbe stata dura è stato evidente già da subito, attraversando un passo Falzarego innevato e scorgendo la montagna avvinghiata da dense nuvole. Avremmo potuto rinunciare subito e tornare verso la pianura dopo esserci tristemente salutati. E invece non c’è stato verso di fermarci. Due giorni di attesa, una squadra bella e affiatata, tanta neve che cade e tutti gli occhi girati all’insù alla ricerca di un effimero raggio di sole.

Con due giorni di ritardo sulla tabella di marcia, sabato mattina finalmente ci svegliamo con una giornata stupenda. Sappiamo che è un azzardo: molti di noi potranno entrare in grotta solo per una notte, chiamati dal lavoro a tornare già domenica mattina. E lassù resteremo pochi con una tonnellata di materiale e tantissime cose da fare, senza neanche sapere se il tempo ci permetterà di scendere a valle.

Ma ora o chissà tra quanti anni! La grotta è aperta, mi sono affacciato sul suo buio profondo insieme a Daniela già quest’estate, e non sappiamo se e quando si riaprirà ancora. L’elicottero decolla senza badare alle nostre esitazioni, fiancheggiando le pareti del Piz Conturines e svelandoci con un balzo un paesaggio di neve che ha più dell’himalayano che del dolomitico. Oltre 70 cm di polvere bianca a metà ottobre, il primo manto dell’inverno. Saltiamo giù tra i turbini e ci abbracciamo felici in quell’immensità che sembra impossibile sia a così pochi chilometri da casa.

Siamo in ballo e adesso dobbiamo far filare tutto liscio, con queste condizioni non possiamo permetterci leggerezze. In meno di un’ora nella distesa innevata sorge un campo efficientissimo, tende per tutti, una tenda cucina, elettricità, un riparo per chi si deve cambiare per entrare in grotta e per chi sta arrivando da valle battendo la pista fino a quassù. Si solleva la nebbia ma la strada verso l’ingresso è già tracciata e con una prima squadra rimetto subito piede nella grotta e comincio la discesa. I pozzi sono più ampli di cinque anni fa, le condizioni perfette, è tutto freddo e immobile, pochissimi stillicidi, e un forte vento che soffia dalle profondità della montagna. Superiamo una serie di passaggi che ormai erano relegati nella memoria dei sogni: la chiocciola di ghiaccio iniziale, il tunnel del vento, il pozzo da 30, fino ad affacciarsi sul baratro con la sua inquietante lingua di ghiaccio sospesa. Per oggi è tutto, un’altra squadra entrerà questa notte per finire l’armo, tentare nuove esplorazioni e montare la pazza piattaforma da cui domani dovremo fare la scansione laser scanner del salone.

Fuori la notte è fredda, una nebbia di ghiaccio avvolge tutto, il tempo si sta guastando. Siamo ancora più preoccupati la mattina quando la maggior parte del gruppo, dopo aver completato la preparazione della grotta, ci saluta. Rimaniamo davvero pochi, e per fortuna Mauro rimane per assisterci al campo quando usciremo questa notte dopo la punta finale: dovremo scendere, fare il servizio fotografico, effettuare le scansioni e disarmare tutto. In sole 6 persone con un mostro di laser scanner, valigie, attrezzature fotografiche, trapano, cavalletti, moltissimo materiale attaccato all’imbragatura che ci tira giù verso l’abisso, come se un mostro avesse afferrato dal buio il nostro portasacchi.
Facciamo tutto quello che possiamo fino allo sfinimento. Robbie e Alessio scattano in continuazione, bulbi si infiammano nelle mani di Daniela e Samuela illuminando il grandioso salone e le immagini cominciano a emergere, mentre io e Tommaso col laser portiamo a compimento il difficile lavoro di scansione della base del baratro.
È tardi, dobbiamo ancora disarmare tutto, ma soprattutto dobbiamo fare la scansione dalla vertiginosa piattaforma triangolare montata nella notte da Tono e Alberto. Dopo tutto il loro lavoro e dedizione al progetto una rinuncia è fuori discussione.

È un lavoro vertiginoso, siamo in 3 su delle barre di alluminio che si allungano per quasi 3 metri sul nero del pozzo (sapremo poi dalla scansione di essere appesi a 110 metri da terra!). Uno strumento da oltre 50mila euro, e tanta paura di fare movimenti sbagliati, di terminare questa “idea del cazzo” (testuali parole del topografo in quei momenti di follia!) con un bello schianto e un’iniezione di paura. Non può succedere niente, tutto deve andare liscio.
Lo scanner gira e Robbie scatta le sue foto. Le gambe e le mani cominciano a congelarsi. Bisogna muoversi, ci scalderanno i quintali di materiali da portare fuori entro la notte!

È un lungo lavoro ma probabilmente ormai siamo simpatici a questa grotta, che ci lascia uscire tutti ammaccati e con centinaia di metri di corda avvinghiati in matasse e sacchi, ma nonostante la stanchezza nella tenda cucina rimane la voglia di scherzare e sentire le barzellette di Mauro fino alle 4 di mattina. Siamo tutti più rilassati, ora sappiamo che possiamo farcela, domani possiamo scendere a valle se il tempo ce lo permetterà. Ci deve almeno concedere questo bel finale.

E la mattina il tempo è fantastico, facciamo anche volare il drone altissimo per fotografare questa storia dal cielo. E poi il rumore del rotore dell’elicottero compare nella valle, un tuffo nel vuoto e siamo già teletrasportati dove eravamo partiti solo due giorni fa.
Mai come questa volta ho avuto la sensazione di essere andato lontanissimo, eppure irragionevolmente vicino.

Il Cenote e proprio un sogno alle porte di casa, scrivevo 5 anni fa. Ed è magico quando si riescono a condividere i sogni.

Un ringraziamento generale a chi ha partecipato e alle persone che si sono adoperate con grande fatica e dispendio di tempo alla buona riuscita di questa operazione: Daniela Barbieri, Matteo Barison, Alessandro Benazzato, Domenico Carletto, Samuela Dal Maso, Luca Dal Molin, Tono De Vivo, Filippo Felici, Mauro Lampo, Francesco Lo Mastro, Andrea Pirovano, Enzo Procopio, Alessio Romeo, Alberto Righetto, Tommaso Santagata, Francesco Sauro, Robbie Shone. Hanno contribuito alla riuscita della spedizione il Club Speleologico Proteo, il Gruppo Speleologico Padovano e il Gruppo Grotte Treviso. Un grazie a Carlo Piovesan per la realizzazione della piattaforma smontabile in alluminio per il laser scanner. 
Un sentito grazie all'Ufficio Parchi della Provincia Autonoma di Bolzano per l'autorizzazione accordataci. 

Si ringraziano inoltre la Commissione Centrale per la Spelelogia CAI per il supporto, la ditta Gruppo Servizi Topografici per il Laser Scanner, Elifriulia così come gli sponsor e patrocinatori Federazione Speleologica Europea, Tiberino, Scurion, Intermatica, dall’Associazione francese Spélé’ice, dall’Associazione La Venta, BEE1, Sovendi, la Società Speleologica Italiana ed il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.




Volando verso le Conturines (foto A. Romeo).


L'ingresso in veste invernale (foto A. Romeo).


Dentro il Tunnel del Vento (foto A. Romeo).


Tommaso si prepara alla prima scansione nel salone di base del Baratro Paolo Verico (foto A. Romeo).


Il Baratro Paolo Verico, con la sua lingua di ghiaccio ad oltre 150 metri dalla base (foto A. Romeo)


In tre, su una piattaforma di alluminio a 110 metri di altezza, come ci vede il Laser Scanner. 


Il campo base la mattina del lunedì (foto A. Romeo)


Risveglio dal sogno! (foto A. Romeo)
Grande Squadra! (foto M. Lampo)
video

lunedì 23 marzo 2015

Volare

2600 km di voli tra il bacino del Caronì e dell'Alto Orinoco, 25 ore tra le nuvole, avvistando montagne come isole nel mare di foresta. 18 decolli e atterraggi su piste di terra e prati in fiore. 2978 fotografie di vallate, pareti, cascate, griete e enormi ingressi di grotte inesplorate.
Questi sono solo alcuni dei numeri che hanno caratterizzato la prospezione "Amazonas Tepui"conclusasi in questi giorni in Venezuela.  Un viaggio che ci ha chiarito le potenzialità di massicci che fino ad oggi avevamo solo sognato, e che adesso invece sono diventati un paesaggio reale, sempre oltre le aspettative del sogno.

Abbiamo cominciato questo percorso decollando da Puerto Ayacucho, ultima città ai confini dell'Alto Orinoco. Volando sopra montagne di granito e foreste sconfinate siamo giunti alla valle di la Culebra, un luogo paradisiaco circondato dai più grandi massicci quarzitici dell'Amazonas: il Duida a sud (2358 m di altezza, 1089 km2 dialtopiano), Marahuaca a est (2832 m di altezza, 131 km2 di superficie sommitale) e il più piccolo ma elegantissimo Huachamacari a nord (1900 m di altezza, 8 km2 di superficie sommitale). Ad accoglierci calorosamente la comunità di indigeni Ye'kuana con il loro capitano Francisco, e una ciurma di bambini curiosi. Il nostro obbiettivo principale quaggiù è il sorvolo del Marahuaca, seconda montagna più alta dell'Amazzonia dopo il Picco Neblina, e il più alto massiccio in assoluto con morfologia di vero e proprio tepui. Il Marahuaca è una montagna mitica e molto poco conosciuta. Le sue imponenti pareti, alte oltre mille metri, sono state il sogno di molti alpinisti ed esploratori amazzonici, tra cui gli italiani Alfonso Vinci e Walter Bonatti (che effettuò due tentativi di salita nel 1967 e 1973), ma solo le spedizioni della fondazione Terramar  negli anni 1983-1985 hanno per la prima volta raggiunto il plateau sommitale con l'utilizzo di un elicottero, effettuando ricerche sulla fauna e la flora dell'altopiano. Da allora nessuno è mai tornato lassù.
Nel 2010 avevamo tentato un'indagine accurata di questa montagna, purtroppo arenatasi a quel tempo di fronte a svariate problematiche logistiche.
Quest'anno, finalmente, siamo riusciti ad arrivare quaggiù con due cessna, decisi a sorvolarne l'altopiano per valutare le potenzialità speleologiche del massiccio. Tuttavia una montagna di tale imponenza, nel mezzo della foresta amazzonica, è nascosta per oltre trecento giorni all'anno dalle nebbie che risalgono con forti turbini la gigantesca parete est. Riuscire a trovare un passaggio tra le nubi per accedere all'altopiano sommitale non è stato per nulla semplice.
Il primo volo ci ha permesso solo di raggiungere la gigantesca parete del Marahuaca nord, la propaggine settentrionale della montagna. La mattina successiva un nuovo sorvolo ci permette di girare intorno a questo enorme promontorio addentrandoci lungo la parete orientale fino ad affacciarci sulle immense cascate del Marahuaca Sud, ma ancora la parte alta del massiccio è chiusa dalle nebbie. Con il terzo sorvolo abbiamo deciso di salire fino a 3500 metri di quota per cercare un varco tra le nubi e finalmente affacciarci sull'altopiano sommitale. Volando a vista, tra momenti di incertezza e una buona dose di paura, d'improvviso ci si è aperto innanzi un mondo selvaggio di fiumi, pianori, profonde griete e inghiottitoi, a conferma delle idee che ci eravamo fatti guardando le immagini satellitari: il Marahuaca è uno dei massicci amazzonici con maggiori potenzialità speleologiche, con una morfologia ed elevazione tale da poter ospitare profondissimi abissi ancora tutti da esplorare.

Tornati a Puerto Ordaz con il pensiero di come si potrebbe organizzare una spedizione laggiù, ci siamo subito organizzati per un altra prospezione, questa volta al ben noto Sarisariñama Tepui, parte del massiccio Jaua, nel bacino dell'Alto Caura, a metà strada tra i tepui della Gran Sabana e i massicci dell'Amazonas. Si tratta di una montagna molto conosciuta per le due grandi "sime", Mayor e Menor, che la caratterizzano, esplorate da speleologi venezuelani e polacchi negli anni 1974 e 1976.
Tuttavia, nessuno è più tornato ad esplorare laggiù in seguito e da un'attenta analisi delle immagini satellitari ci risultava evidente che il potenziale speleologico di tale massiccio quarzitico fosse stato appena scalfito.
Grazie alla disponibilità di Raul riusciamo quindi ad avere due cessna per questa nuova operazione, con i piloti che per ironia della sorte si chiamano uno Jimmy e l'altro Angel, andando così a comporre insieme il nome del grande pilota americano a cui è dedicata la più alta cascata del mondo sull'Auyan Tepui. Lo prendiamo come un buon auspicio e voliamo da Puerto Ordaz al villaggio Yek'uana di Kanarakuni, alla base della montagna. Un luogo davvero sperduto e affascinante, dove abbiamo avuto l'opportunità di conoscere la popolazione indigena locale e di goderci il fresco della grande capanna comunitaria circolare, la cosiddetta Churuata.
Durante il sorvolo, facendo slalom tra cumuli di nebbie e forti venti, finalmente riusciamo a fotografare una nuova zona di grandissimo interesse. Oltre alle sime conosciute, individuiamo almeno altri 5 grandi ingressi che promettono grossi sviluppi, ma anche grandi difficoltà per essere raggiunti, dato che tale tepui risulta ricoperto da una fitta foresta. Ma la sotto esiste certamente un grandissimo sistema di gallerie sotterranee, che aspetta solo di essere esplorato.

Durante tutto questo volare ci siamo riempiti gli occhi e le schede delle macchine fotografiche di tanti tanti luoghi meravigliosi, un mondo che è fermo ancora ai tempi della genesi, osservano ingressi di mondi sotterranei che ci fanno sognare e ci spingono  a continuare lungo questa rotta. Una conferma che le esplorazioni sui tepui sono appena all'inizio.


Hanno partecipato: Francesco Sauro, Daniela Barbieri, Freddy Vergara, Carla Corongiu, Vittorio Crobu, Tono De Vivo.
I sorvoli sono stati realizzati grazie al supporto del Rolex Award for Enterprise e di tutti i nostri sponsor: Geotec SPA, Raul Helicopteros, ATS, Dolomite, Intermatica, Ferrino, Amphibious, De Walt, Allemano Metrology, Chelab, Scurion, Polish Fundation-Cavesniper, GTLine, New Foods, Bialetti, MountainHouse.


Il Cessna e una ciurma di bambini Ye'kuana al villaggio di La Culebra.
Le grandi cascate sulla parete Nord-Est del Marahuaka Huha.

L'immenso versante nord del Marahuaca Fuif si innalza per oltre 1500 metri sopra la foresta amazzonica.

L'Huachamacari, piccolo ed elegante  tepui amazzonico che si eleva sopra la valle di La Culebra. 

Volando verso Canaracuni.
Il sistema di trafori esplorato dalla SVE nel 1977 nel massiccio del Guaiquinima.

Canaracuni, alle falde del Sarisariñama.

La grande Churuata di Canaracuni.

La Sima Menor del Sarisariñama, oggetto di esplorazione e topografia nel corso della spedizione venezuelano-polacca del 1976.

Il contorno di una sima inesplorata tra la fitta vegetazione del Sarisariñama.

Un profondo pozzo inesplorato sull'altopiano sommitale del Sarisariñama.





lunedì 22 dicembre 2014

Il cuore oscuro dell'Amazzonia

28 Novembre 2014
È proprio vero che l'Amazzonia è un cuore verde, piatto, solcato da intrecci di fiumi che ricordano vene e arterie di un essere vivente. Dal finestrino del cessna vediamo scorrere sotto di noi il Rio Negro, con i suoi trenta chilometri di larghezza e gli infiniti canali paralleli divisi da decine di isole lussureggianti. Difficile dire quali siano i limiti di questa massa d'acqua, il fiume si confonde con la foresta, tanto che quando arriva la stagione delle piogge, intere zone vengono allagate per chilometri e il livello dell'acqua può salire di 5-6 metri.
Il Rio Negro ha sempre rappresentato un luogo mitico nella mia immaginazione, teatro di grandi esplorazioni, come quella leggendaria di Alexander Von Humboldt nella primavera dell'anno 1800. In quel viaggio di oltre settanta giorni era stato scoperta il braccio Casiquiarie, un canale in bilico tra i due bacini dell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni, un passaggio che permette a piccole imbarcazioni di passare da un fiume all'altro attraversando interamente quest'area del Sud America. Lo spartiacque che divide questi due enormi catini del pianeta è lo scudo della Guyana, la terra dei tepui, le grandi fortezze di quarzo che si ergono dalla foresta e che sono divisi tra due nazioni, nella Gran Sabana e l'Alto Orinoco del Venezuela, e nell'alta conca del Rio Negro in Brasile.
Durante gli ultimi cinque anni abbiamo raggiunto queste montagne da nord, dal Venezuela, ma oggi vogliamo vedere il massiccio più meridionale, quello che segna la fine di queste terre incognite: il massiccio dell'Aracà, l'unico che si trova interamente in territorio brasiliano.
Abbiamo passato gli ultimi due giorni a Barcelos, una ridente cittadina sulle rive del fiume. Gli uomini che vivono qui, principalmente indigeni, parlano di questa montagna come di un mondo lontanissimo, pieno di mistero. Molto spesso, invece di Aracà, la chiamano "Serra Tantalita", infatti le poche persone che ci hanno messo piede sono state spinte laggiù dalla ricerca di questo rarissimo e altrettanto prezioso minerale di tantalio.
A detta di molti il maggiore conoscitore di questo massiccio è un minatore che si chiama Roberto. Ieri sera ci ha accolto davanti alla sua casa in mezzo alla foresta e ci ha raccontato di aver dedicato oltre dieci anni di ricerche del prezioso minerale sulla montagna.  Negli anni '90 era stata aperta addirittura una pista di atterraggio per piccoli aerei che arrivavano da Boa Vista per prelevare il prezioso carico. Poi la polizia federale aveva fatto saltare la pista e la montagna era tornata irraggiungibile. Gli abbiamo chiesto se in quegli anni aveva incontrato delle grotte. Suscitandoci molta curiosità ci aveva parlato di una galleria che si addentrava nella montagna, ma nella zona più a nord, a tre giorni di cammino dalla pista. Un luogo dove nessun altro essere umano, oltre a lui, è mai arrivato.
Da Barcelos alla montagna ci sono oltre 200 chilometri in linea retta. Tuttavia l'unico modo per raggiungerla, se non si dispone di un elicottero, è attraverso i fiumi Denali o Aracà. Entrambi compiono infinite spirali, ed è facile intuire che il percorso reale in barca si snoda per almeno tre-quattro volte quello via aerea. E comunque una volta arrivati alla base della montagna ben pochi sono i punti deboli della sua parete meridionale per poter salire sull'altopiano.
Le distanze qui sono enormi, dopo 40 minuti di volo sotto di noi c'è ancora solo foresta e fiumi. Tutto è piatto, sembra impossibile che ci sia una montagna da queste parti.
E invece, ad un certo punto cominciamo a vedere qualcosa ergersi tra le nuvole. Il pilota è indeciso sul da farsi e chiede a Ezio se vogliamo continuare questo sorvolo nonostante la montagna sembri circondata dalle nebbie. Ci guardiamo e dico sì, andiamo, cerchiamo di avvicinarci il più possibile. Man mano che l'aereo si insinua tra le nuvole e le pareti, l'altopiano si apre davanti alla nostra vista, solcato da torrenti che attraversano praterie e zone boschive. Giriamo attorno costeggiando le grandi pareti esterne e individuiamo alcuni ingressi interessanti. È un tepui diverso da quelli che abbiamo visto negli anni passati, meno fratturato, e quindi probabilmente meno interessante per l'esplorazione speleologica. Tuttavia il luogo emana un fascino unico.
D'un tratto si apre davanti a noi la valle che racchiude la Cachoeira de Eldorado, una bellissima cascata, considerata la più alta del Brasile con i sui 353 metri di altezza. Il paesaggio è grandioso, mi viene voglia di lanciarmici col paracadute ma poi che farei...
Nel 2007 una spedizione dell'associazione italo-brasiliana Akakor era riuscita a raggiungere il massiccio via fiume e risalendone il versante meridionale. Avevano esplorato anche una grotta importante, una profonda serie di fratture chiamata Abisso Guy Collet. Nonostante lo sforzo gigantesco e oltre tre settimane di selva la frazione di montagna esplorata in quell'occasione rimane davvero minima rispetto alle dimensioni dell'altopiano. Chissà che cos'altro ci può essere laggiù!
Con la mente sazia di questi pensieri dico al pilota che abbiamo visto abbastanza, possiamo tornare verso Barcelos. Oltre le nuvole, oltre l'Aracà, si vedono in lontananza altre cime. Sono montagne senza nome, terre degli indigeni yanomami. Altre isole che emergono da questo oceano verde.

Abbiamo condiviso questo viaggio con gli amici Ezio Rubioli, Alexander Lobo e Daniel Menin del Gruppo de Pesquisas Speleologicas Bambuì di Belo Horizonte.
È stato il primo passo verso i tepui dell'Amazzonia, nella speranza di riuscire un giorno a raggiungere quelle montagne e a carpirne anche solo una minima parte dei loro innumerevoli segreti sotterranei. 
La squadra italiana di La Venta era composta da Francesco Sauro, Natalino Russo, Daniela Barbieri e Omar Fantinel.
Le foto che seguono sono di Natalino Russo. 


Sorvolando il Rio Negro.

Le acque del Rio Negro sono rosso ambra per la presenza di acidi organici.

Navigando verso la foce del Rio Aracà.

Uno dei numerosissimi meandri del Rio Aracà.

La Cachoeira de El Dorado.

L'ingresso della Caverna di Maroaga, cavità che si sviluppa nelle quarzoareniti presso la cittadina di Presidente Figueiredo a nord di Manaus.

Splendide morfologie a pilastri nella Caverna di Maroaga.

Pilastri di quarzoarenite tra le montagne di Presidente Figuiredo. 

Il gruppo del sorvolo all'Aracà al completo.